
Il Counseling è un processo di apprendimento che affronta in modo organico problemi sociali, culturali e/o emozionali ed avente come obiettivo quello di fornire ai clienti un’opportunità di lavoro su se stessi nell’ottica di raggiungere maggiori risorse e ottenere una maggiore soddisfazione come individui e come membri della società.Confortato dall’indirizzo umanistico di Carl Rogers dell’Università di Chicago, da me utilizzato in ambito professionale quale attività colloquiale centrata sulla persona, posso definire il counseling una attività di competenza relazionale attraverso mezzi comunicazionali per agevolare l’autoconoscenza, con la consapevolezza e lo sviluppo ottimale delle risorse personali per migliorare il proprio stile di vita in modo più soddisfacente e creativo : la persona che sente il bisogno di essere aiutata rispetto alla soluzione di un problema specifico si rivolge ad un operatore d’aiuto, il counselor, preparato all’ascolto e al sostegno.L’implicazione della relazione è “aiutare ad aiutarsi”. In sostanza il counselor ha la funzione di catalizzatore di avvenimenti interni e non di sostituto di capacità mancanti. Da ciò evinco il significato profondo del counseling : “aiutare ad aiutarsi attraverso la relazione”.Per “aiutare attraverso la relazione” il counselor deve “essere in relazione”, ovvero stare sotto lo stesso orizzonte degli eventi esperienziali del cliente.Professionalmente si sottolinea che il counselor ha un ruolo ben definito e non è uno psicoterapeuta, né un consulente esperto di comunicazione. Nell’attribuire la giusta importanza alla confidenzialità del ruolo, il counselor ascolta tutto ciò che la persona ha da dire, restando calmo e padrone di sé, considerando il counseling come un processo disciplinato e utile perché la persona possa prendere da sola le sue decisioni. In relazione a ciò lo scrivente, dal punto di vista pragmatico professionale e del proprio orientamento umanistico, evidenzia l’importanza dell’ascolto dell’interlocutore: - ascoltare quanto viene detto; - ascoltare quanto non viene detto; - ascoltare quanto non può venir detto. Ascoltare efficacemente vuol dire sentire e selezionare le informazioni dell’interlocutore, dare loro significato, determinare le proprie sensazioni nell’ottica della decodificazione e comprensione di ciò che è stato detto. Tale importante chiave di lettura dell’attività di ascolto definisce appieno il quadro dell’attività del counseling, al fine di dare all’utente l’opportunità di affrontare, scoprire e rendere più chiari i modi di vivere più adeguati per giungere al proprio benessere. Il successo di tale attività sta proprio nel portare la persona che si sta aiutando a scorgere la soluzione al proprio disagio, a conquistare sufficiente sicurezza per scegliere l’alternativa più valida a prendere una decisione, al conseguente ripristino dell’autostima ed all’alleggerimento, almeno parziale, del fardello alle sue spalle.Quanto alle conseguenze tra il sapere e il saper fare premetto che il primo colloquio e i primi momenti del counseling sono i più delicati in quanto mi manca la conoscenza della persona, ovvero del suo modo di operare con i problemi, i suoi vissuti emotivi, le tracce di storia familiare. Premetto inoltre che, in alcune circostanze, un unico colloquio di counseling possa essere efficace per sollecitare il soggetto alla soluzione più adeguata del suo disagio. Ritengo infatti che nella relazione non direttiva tra counselor e persona sia quest’ultima a condurre e a proporre il terreno di confronto su cui si ricercherà la strada ottimale, ma anche il counselor trasmette al soggetto uno spazio in cui poter essere libero di aprire la comunicazione e parlare liberamente delle sue emozioni e dei suoi sentimenti senza intrusioni e giudizi. A titolo di esempio professionale, mi sovviene alla mente un caso limite, un incontro di counseling da me effettuato con successo e del quale conservo un buon ricordo, modello significativo per le successive esperienze e per connotare la professionalità del counselor al fine di non fare confusione con altre professionalità. Nella trattazione utilizzo il presente storico per meglio dettagliare l’incontro ed ometto tutte le informazioni che permettano l’individuazione della persona, che presenta nomi di fantasia. Nel periodo di dicembre del 1997 si rivolge direttamente per un incontro, il martedì mattina, un giovane di nome Marco. Ha ricevuto indicazione di chi sono e dove trovarmi dalla bacheca dell’azienda dove lavora. E’ un giovane di 21 anni che incontro per la prima volta: rappresenta di voler confidare solo a me circa il fatto di essere stato in coma anni addietro a causa di un incidente stradale: avverto però che ciò che mi sta dicendo non è il problema principale, ma qualcos’altro che non mi ha ancora comunicato. Valuto quindi in silenzio di aspettare che la persona mi fornisca altre notizie. E’ imbarazzato e manifesta un disturbo dell’eloquio, parallelamente ad uno stato di agitazione generalizzata. Il suo sguardo ed il portamento fisico trasmettono inoltre un abbassamento del tono dell’umore. Riferisce, aprendosi, di non essersi adeguatamente adattato alla vita lavorativa, di non riuscire a socializzare con i coetanei e, di conseguenza, si isola ripetutamente. Parla a bassa voce affermando che ha sempre avuto problemi a comunicare a causa della sua balbuzie, sia in ambito familiare che tra amici. Racconta che i suoi genitori sono sempre al lavoro e che peraltro in casa non si parla molto. Mentre offro l’intervento di counseling mi pongo su tre livelli di “ascolto” :a) il primo è di natura oggettiva, cioè seguo il narrare dei contenuti che delineano il tema-problema e che rivelano gli stimoli di sensibilità che sollecitano il soggetto. Focalizzo l’attenzione sulle precedenti esperienze: Marco mi riferisce, compiuti 18 anni, di essere stato giudicato non idoneo ad un concorso di lavoro per “note di fragilità ansiosa con lieve balbuzie psicogena”. Le sollecitazioni degli stimoli sono da me tradotti in significati, idee e rappresentazioni, ponendomi sempre in atteggiamento empatico con il soggetto, che è curato nell’aspetto e nell’abbigliamento, risulta affettivamente inibito (non ha la ragazza), appare incapace di controllare l’ansia in modo costruttivo ed integrativo;b) il secondo livello è l’ascolto del significante soggettivo alle sollecitazioni prodotte, cioè al conflitto emotivo presente e manifesto della persona. Il soggetto presenta irrequietezza motoria (si stropiccia continuamente le mani); l’eloquio è ripetitivo, a tratti povero di contenuto, polarizzato alla ricerca di rassicurazione;c) il terzo livello di ascolto è rivolto al mio sentire interno, cioè alla capacità di entrare in contatto con lo stato soggettivo dell’altro, cioè l’immedesimazione emotiva alle sensazioni che Marco sta riponendo dentro di me e ciò mi aiuta a capire sostanzialmente come lui colloca il suo bisogno emotivo-affettivo. Il soggetto evidenzia una balbuzie situazionale, una ritenzione dell’atteggiamento non verbale. Il livello globale di consapevolezza e la capacità critica e di giudizio sembrano parzialmente compromessi. Gli chiedo cosa pensa di fare : risponde che sarebbe d’accordo nel provare a parlare con qualcuno, come è avvenuto oggi con me. Avverto il suo bisogno di aiutarsi e la possibilità e la voglia nel fare qualcosa per migliorarsi. Voglio ancora esplorare, questo suo aiutarsi.Rilancio il significato di come lui si aiuta- “Vuole raccontarmi, dal suo punto di vista, come stanno le cose?” -; risponde che utilizza un diario dove scrive le cose, gli comunico che è importante il diario perché permette di rileggere nel tempo le proprie emozioni, sentimenti, idee e fatti (Marco necessita di un percorso che gli permette di conoscersi meglio e percepisco in silenzio che non ha ancora realizzato aspetti sufficientemente consci del suo mondo interno).Gli comunico che lo sforzo fatto in questa seduta, è il primo passo per “salire una scala” in senso metaforico dell’equilibrio e del benessere: Marco ha appoggiato il primo piede sul gradino di questa scala ed è riuscito a farlo. Ora è in grado di poter continuare con la guida di qualcuno. Rilancio chiedendogli con chi pensa di poterlo fare: rivolge lo sguardo vigile, rispondendomi con uno psicologo! Pertanto gli indico che può rivolgersi al locale Consultorio Psicologico. Accetta.Prima di concludere l’incontro rinnovo la mia disponibilità, se lo ritiene opportuno, per un ulteriore incontro. Dopo alcuni giorni, accogliendolo spontaneamente in Ufficio mi comunica con soddisfazione di aver sostenuto due colloqui psicologici. Da allora non l’ho più rivisto, ma mi sono giunti risultati rassicuranti sul suo conto.Quanto agli aspetti deontologici, i counselors accettano un sistema comune di riferimento entro cui gestire le proprie responsabilità verso gli utenti, i colleghi ed i membri associati.
Dal punto di vista etico, i valori del counseling sono l’onesta, l’imparzialità ed il rispetto : tutti i provvedimenti presi nel counseling sono necessari sia alla difesa dell’utente (quali ad esempio la riservatezza atta a garantire sicurezza e privacy), sia a sviluppare le proprie competenze ed agire entro i limiti da esse imposti. Il lavoro del counselor, a differenza di quello dello psicologo, si orienta non sulla patologia ma sulla parte sana della persona, il suo intervento non ha finalità di riadattamento o ristrutturazione della personalità, ma dà la possibilità di risolvere una difficoltà relazionale in ambito famigliare, lavorativo o altro che abbia il carattere della transitorietà, che sia cioè legata alle vicissitudini della vita, come lutti, separazioni, ma anche cambiamenti di lavoro, di casa, di città. Farà partire il cliente da quelle che sono le sue risorse intrinseche, aiutandolo a individuarle, a portarle alla luce e ad attingervi.