mag
04
2008
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Il linguaggio

Il linguaggio è il mezzo di comunicazione tipicamente umano che si avvale di simboli grafici, convenzionali, orali e mimici. L’uomo è un insieme: il linguaggio è una parte di un insieme che si muove o che sta fermo. Il linguaggio assolve a due competenze: comunicativa, cioè serve a comunicare; simbolica, cioè il pensiero è in grado di elaborare simboli. Ovviamente, da questo punto di vista c’è un nesso fortissimo con il pensiero. Vediamo il rapporto tra il pensiero e il linguaggio. Il pensiero è il linguaggio (concetto di Skinner); secondo altri il pensiero dipende totalmente dal linguaggio (ad esempio il bene : utilizzo l’articolo il per esprimere una idea, un concetto); il linguaggio dipende dal pensiero (J.Piaget); linguaggio e pensiero sono funzioni autonome (autori sovietici); il linguaggio è un processo cognitivo; il linguaggio ed il pensiero sono costruiti socialmente e sono separabili solo funzionalmente. Un elemento che caratterizza il linguaggio è il numero limitato di suoni (fonemi-lettere) che attraverso regole di trasformazione formano infinite frasi, infinite parole, le quali risultano essere invenzioni umane che vengono modificate arbitrariamente. Secondo Skinner sono gli adulti che danno significato a ciò che il bambino dice e/o fa. Secondo Chomsky nei bambini c’è una componente di linguaggio fortissima, di esecuzione e competenza. I bambini infatti hanno un ipercorrettivismo. L’esempio ci è fornito in proposito dalla coniugazione di verbi irregolari (andare: il bambino dirà io ando, ecc.) e poi sono gli adulti che correggono l’ipercorrettivismo dei bambini. Il linguaggio, in particolare, si organizza in una semantica ed una sintassi. La semantica è l’insieme delle parole, la sintassi è l’insieme delle regole. Il linguaggio può inoltre essere di tipo verbale ed analogico (esempio dire Brutto, Brutto, Brutto!!! il concetto, detto in forma decodificata, esprime tutto l’opposto). Dietro il linguaggio che abbiamo descritto ci sono le regole e la competenza umana. Gli stadi evolutivi del linguaggio sono i seguenti: acquisizione, ove caratteristica è la lallazione, l’interesse per l’intonazione e la costruzione di regole(ipercorrettivismo); poi c’è la comprensione, il riuscire a percepire la differenza tra tutto e tetto, quindi livello percettivo, semantico, sintattico, pragmatico, parole costruite o sentite, il principio di realtà e di cooperazione che presuppongono la volontà di comunicare e di comprendersi; successivamente a queste fasi c’è la produzione, ossia la pianificazione del discorso, della frase, da cui si sviluppa la memoria semantica cioè il lessico (organizzazione dei significati delle parole) e l’enciclopedia (formazione, organizzazione, rapporti relativi ai concetti). Articolo scritto dal Dott. Andrea Galiano (copyright).

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apr
27
2008
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L’attitudine

 

Premetto che il seguente articolo ha una finalità puramente descrittiva del significato oggettivo dell’attitudine: è la predisposizione innata che si sviluppa e si perfeziona con l’esercizio, fino al punto di divenire un’abilità. Le attitudini hanno un significato essenzialmente pratico in quanto fanno sentire la loro presenza nelle differenze di rendimento da un individuo all’altro. Le attitudini esprimono la possibilità di lavoro del soggetto, la predisposizione a realizzare qualcosa in forma efficiente. Le vere attitudini sono spontanee, precoci, durevoli e preesistenti all’esercizio. Basti pensare a Mozart e a Giotto, esempi di precocità eccezionali. Wolfgang Amadeus Mozart, ottimo musicista, compositore e violinista, a quattro anni già traeva profitto dalle lezioni del padre e a sei anni scriveva le sue prime composizioni per clavicembalo. A quattordici anni è già celebre come acclamato esecutore, noto per la straordinaria qualità di improvvisatore e che ha al suo attivo numerose composizioni, tra le quali alcune sinfonie, parecchie sonate e cantate. Globalmente la sua imponente produzione, stimata il oltre settecento numeri, comprende la musica sacra, la musica strumentale e da camera, opere nei diversi generi. Giotto, pittore, appena sedicenne abbandonò la professione di lanaiolo, come il padre, per entrare a Firenze nella bottega di Cimabue: leggenda è quella relativa al maestro che scopre l’allievo intento ad incidere su di un masso i profili delle pecore da lui condotte al pascolo. Le attitudini sono anche ereditarie e si trasmettono di generazione in generazione attraverso lunghe discendenze di pittori, di musicisti e di scienziati, di rendimento sempre superiore alla norma. L’alunno dotato di spiccata attitudine per la matematica la rivela sin dai primi giorni di scuola. La tendenza, una volta accertato il talento, è quella di definirlo come un’abilità cognitiva. Ci sono attitudini che si perdono se non vengono coltivate ma queste, più che attitudini, sono abilità acquisite faticosamente nel corso dell’esperienza. Le attitudini possono restare in latenza durante tutta la vita, quando vengono a mancare le possibilità pratiche di espressione, però se riescono a manifestarsi e ad evolversi naturalmente, anche con l’aiuto dell’esercizio e dell’educazione, divengono capacità più o meno notevoli a seconda del grado attitudinale. Certi aspetti del carattere e del temperamento a volte sono controindicati anche di fronte ad attitudini elevate. E’ necessario tenere separati questi due aspetti, cioè quello del carattere e del temperamento, che sono le facce diverse di una stessa medaglia: la personalità. Non si diventa irascibili, si nasce irascibili: il temperamento è un qualcosa con il quale si viene al mondo (esempio …è di temperamento ansioso). Il carattere invece è plasmato dall’ambiente: possiamo parlare pertanto di carattere leale, franco e sincero. Le componenti temperamentali possono essere modificate da date malattie. L’indagine attitudinale e l’indagine caratterologico/temperamentale sono intimamente connesse perché si arricchiscono, si completano, si confermano e si definiscono reciprocamente. Le attitudini esprimono la potenziale capacità che rende un soggetto adatto ad una determinata attività. Le attitudini non hanno vita autonoma: sono generalmente formazioni assai complesse, che non sfuggono all’influenza di altri caratteri attitudinali e dei processi coscienti ed incoscienti. Le attitudini si identificano con ogni caratteristica individuale considerata in rapporto predittivo al rendimento e costituiscono un sistema di forze interne che implica una migliore possibilità di riuscita in certe attività fisiche e psichiche. All’uopo definiamo le attitudini fisiche, ossia capacità sensoriali e motorie tra cui ad esempio posso citare la coordinazione di movimenti, la resistenza fisica. Tali attitudini raggiungono la massima espressione ai venti, venticinque anni di età. Le attitudini psichiche sono disposizioni a facoltà mentali come la memoria, la capacità analitica, sintetica, intuitiva, artistica. Tali attitudini hanno maggiore durata e declinano statisticamente verso i sessanta anni di età del soggetto.
Articolo redatto dal Dr.Andrea Galiano

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apr
04
2008
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Spunti di riflessione sul significato dell’educazione, della comunicazione, della relazione e della fiducia

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Tra i vari argomenti di valore aggregativo, sono pregnanti quelli riferiti all’educazione e alla fiducia nell’altro. Il presente approfondimento può tornare utile alla riflessione ed alla autoeducazione.Si può utilizzare la metafora del viaggio per parlare dell’educazione e degli argomenti connessi all’educazione, come quelli della comunicazione e della relazione.L’educazione può essere definita come viaggio interiore, ma anche esteriore,un viaggio punteggiato di incontri, un viaggio punteggiato di avventure dove il caso e la necessità interagiscono, ed è un viaggio verso l’altro.L’educazione è intessuta intimamente dei rapporti tra la comunicazione e la relazione. L’educazione può essere considerata una metafora. Che cos’è una metafora? E’ un concetto fatto di immagini o un’immagine che possiede dentro di sé un concetto. Tra educazione e viaggio c’è una fortissima interazione: il viaggio è intessuto di nostalgia, di paura e di curiosità e, dovendo parlare del viaggio e dell’educazione, viene in mente una poesia del poeta greco moderno Kostantin Kavafis, intitolata ITACA, in cui si parla di un viaggiatore per antonomasia, si parla di Ulisse, e Itaca è la piccola isoletta di cui Ulisse era il sovrano e che lascia per andare a combattere la Guerra di Troia e che ci mette 10 anni in una Odissea prima di tornare ad Itaca. Il viaggio, dice Kavafis, è sempre un ritorno: si parte per poi tornare a riattingere le origini. In fondo se c’è un viaggio ha anche un ritorno, si ritorna all’infanzia, al luogo delle origini, dove noi riattingiamo costantemente le nostre energie. PERCHE’ SI VIAGGIA?  PERCHE’ CI SI EDUCA? Platone affermava che l’essere umano è un essere irriducibilmente inquieto che è fatto di ciò che ha e di ciò che gli manca: anche ciò che gli manca in qualche maniera lo possiede; lui ha dimenticato una patria, l’ha perduta ma non se ne è completamente dimenticato, non sa bene quale sia ma la va ricercando.Nell’essere umano c’è questa inquietudine, c’è questa divina scontentezza e ciò gli ha permesso di evolversi,di scoprire.Tanti autori hanno dimenticato la via: “mettetevi in viaggio” come proferito da Gesù Cristo, da San Francesco, grandi educatori dell’umanità, grandi profeti che hanno detto all’uomo “non sederti”, non sedentarizzare il tuo cuore, la tua mente, ma scegli la strada, “cammina” perchè le nostre gambe non sono fatte per sedersi sopra, ma sono fatte per camminare. Riprendendo la domanda : Perché si viaggia? C’è si questa inquietudine, ma ci sono anche ragioni di tipo antropologico, in quanto noi siamo stati cacciatori e raccoglitori nomadi: diffuso era pertanto il nomadismo. Ci siamo sedentarizzati con l’invenzione dell’agricoltura pressappoco 8000 anni fa con il passaggio dal mesolitico al neolitico: l’uomo si è legato all’addomesticazione delle piante, degli animali, alla costruzione di città e dentro di noi c’è questa nostalgia, questa inquietudine che è tipica di un essere nomade.  L’essere umano è fatto di ciò che egli ha e di ciò che gli manca, che lo intenziona, lo possiede paradossalmente ad essere aiutato a conquistarlo, quindi l’educazione è un viaggio e si viaggia perché nell’essere umano ci sono queste dimensioni che sono appunto l’inquietudine metafisica e di un essere che è stato nomade per tanto tempo. Questo viaggio ha come termine “l’altro”: la relazione con l’altra persona; la relazione educativa è una relazione comunicativa, per cui l’argomento correlato a questa riflessione è il rapporto tra comunicazione e relazione. RAPPORTO TRA COMUNICAZIONE E RELAZIONE Premesso che la speranza e la responsabilità possono essere considerati i principi fondanti della relazione umana, e di conseguenza della comunicazione e del rapporto educativo, la speranza rappresenta la fiducia nel futuro, nella possibilità di conseguire il risultato atteso. La responsabilità conferisce concretezza alla speranza perché trasforma l’azione in impegno di cui il soggetto si fa carico. La comunicazione e la relazione sono un presupposto della Educazione, cioè non ci può essere educazione senza relazione interpersonale e questa relazione interpersonale non ci può essere senza comunicazione.MA la Educazione non può essere ridotta alla semplice comunicazione: la comunicazione è un presupposto, anzi possiamo dire che l’educazione è la forma più alta di comunicazione.Quando due persone comunicano, entrano in interazione e si modificano l’un l’altro. Grazie a questo incontro educativo abbiamo la più alta forma di comunicazione che, però, consiste in un miglioramento reciproco: io ricevo dall’altro quello che l’altro mi può dare, ma questo altro è indispensabile per diventare me stesso: qualcosa che viene da fuori di me è indispensabile per diventare me stesso [è quello che in altre occasioni abbiamo chiamato il rapporto tra educazione e autoeducazione], cioè l’elemento che viene dall’esterno diventa indispensabile per la costruzione dell’interno. E’ indispensabile pertanto parlare della tematica della comunicazione, che è una tematica interdisciplinare interessante: la comunicazione e la relazione interpersonale sono eterni problemi ritornanti, cioè sono problemi che non possono essere risolti una volta per sempre, sono problemi decisivi per la convivenza a tutti i livelli ma non possono essere risolti definitivamente perché dentro la comunicazione e dentro la relazione c’è l’essere umano, questo essere imprevedibile e non banale. Un esperto del modo di vivere non c’è: rimaniamo dei dilettanti. Habermas sostiene che “non ci può essere una scienza dell’intesa”, cioè è una scommessa eternamente ricominciata, ma d’altra parte intendersi è sempre possibile, è sempre possibile aiutarsi a comunicare e allora il problema della comunicazione e della relazione oscilla tra queste due tesi :1.       NON ESISTE UNA SCIENZA DELL’INTESA, esiste sempre un problema di comunicazione che rimane un problema aperto; 2.       NON CI PUO’ ESSERE UNA BUONA COMUNICAZIONE SE NON C’E’ LA FIDUCIA. La fiducia è pertanto il prerequisito di una buona comunicazione, una buona relazione di tipo educativo. E’ il prerequisito in quanto ci deve essere un’intesa a livello educativo. Ora, alla domanda l’uomo è fatto per la relazione ?-          La risposta è plurima: ci sono autori e tante prove che sostengono che l’uomo è fatto per la relazione.-          Una definizione l’ha data un poeta latino che si chiamava Marziale, in un famoso epigramma quando scrive : “Nec tecum, nec sine te vivere possum” (non posso vivere né con te né senza di te): questo significa che l’essere umano ha tendenze socievoli. Se vero è che l’uomo è un “animale socievole, ma con tendenze aggressive” e l’altro troppo vicino mi inquieta, si pensi ad esempio al prossimo troppo vicino in ascensore che alimenta un po’ questa tendenza aggressiva, il sintomo di avere a che fare con un essere imprevedibile e problematico che respira la mia stessa area ma del quale non so esattamente niente.  SI, noi siamo fatti per la relazione, siamo frutto di una relazione. Il famoso pessimista Schopenhauer ci parla dei due porcospini sorpresi fuori dalle tane nel pieno inverno: se stanno troppo vicini si pungono con i loro aculei, quindi devono trovare un equilibrio. In fondo l’educazione è un reciproco adattamento creativo con un rispetto dell’identità e dell’autonomia dell’altro. Secondo Schopenhauer la solitudine non è piacevole in quanto non siamo fatti per stare soli, ma quando “ci avviciniamo troppo ci pungiamo”. Per questo abbiamo bisogno di un reciproco adattamento creativo e dinamico. In principio era relazione ? SI, dal punto di vista biologico siamo frutto di una relazione, come diceva Schopenhauer “ho cominciato ad esistere da quando gli sguardi di mio padre e di mia madre si sono intrecciati per la prima volta”. Noi siamo quindi disposti alla relazione con l’altro, quindi ad accoglierlo in quanto siamo frutto di una relazione e quindi siamo dotati di pluralità. Come sostengono i filosofi dialogisti, primo fra tutti Martin Buber, non c’è un io senza un tu; Feuerbach parlava del co-uomo, cioè di essere con qualcuno, altrimenti io non so chi sono. Anche nella storia della Genesi all’uomo mancava qualcosa e allora fu creata la donna per completarlo: quindi si è fatti per la relazione. Altri autori, invece, sostengono che l’uomo è un essere diffidente, un essere solitario.  Nel testo “Pragmatica della Comunicazione Umana” di Watzlawick, appartenente ad un gruppo di ricercatori di Palo Alto negli anni 60, il primo assioma è che l’essere umano è destinato alla comunicazione, quindi siamo fatti per comunicare : l’uomo non può non comunicare. Ciò significa che ogni comportamento umano, nel momento in cui viene visto da un altro essere umano, immediatamente viene interpretato: “…non mi ha salutato l’altro, che cosa avrà voluto dire?”  Anche la mancanza di un saluto è un qualcosa che significhi qualcosa. Anche il comportamento silenzioso viene interpretato, in quanto ha un significato. L’uomo è dotato, come dicono i linguisti, di “onnipotenza semantica”: grazie al linguaggio verbale l’uomo esprime il passato, il presente, il futuro, ipotizza, mette al congiuntivo il mondo. Quindi l’uomo è fatto per la comunicazione. Da una parte non può non comunicare in quanto animale interpretante, dall’altro siamo animali verbalizzanti, cioè animali simbolici che hanno creato il mondo della cultura. L’uomo possiede due moduli comunicativi potentissimi: il linguaggio verbale e quello non verbale che lo possediamo soltanto noi. La comunicazione da una parte è inevitabile, dall’altra è improbabile perché non possiamo mai essere sicuri di essere capiti, quindi il dubbio mi attraversa, …che cosa capiranno gli altri di questo mio discorso. Il fraintendimento e l’inquietudine dell’incomprensione accompagnano sempre la comunicazione; è inevitabile perché anche il non detto è una componente fondamentale. La stessa sincerità, se pianificata, rende problematica la stessa relazione educativa, con conseguenze paradossali. L’educazione non contiene certezze, l’educazione contiene promesse, non si può mai essere certi degli esiti dell’azione educativa, perché se l’educazione avesse l’assoluta certezza del successo sarebbe addestramento. L’educazione ha a che fare con la responsabilità: non potendo controllare fino in fondo gli esiti dell’azione educativa ne siamo comunque  responsabili: educare significa diventare responsabili per sempre di ciò che si addomestica. Quindi, da una parte l’educazione non possiede certezze, non è sicura degli esiti, progetta, programma, pianifica; dall’altra parte però l’educazione deve saper fronteggiare questo problema: pertanto ognuno di noi, ogni educatore ne è comunque responsabile.Il termine responsabilità è un valore: è una finalità, una componente dell’educazione. L’educatore è responsabile delle conseguenze dell’azione educativa: “ma come! Da una parte non le controlla, dall’altra è responsabile”: l’educatore sta dentro questo paradosso. Ci sta ieri, c’è oggi, ci sarà domani.Il termine “RESPONSABILITA’” deriva dal latino “respondeo”, cioè ne rispondo delle conseguenze delle mie azioni, pur non potendo controllarle fino in fondo. Riassumendo:-          siamo partiti dalla trattazione che l’educazione sia anche un viaggio, interiore ed esteriore;-          gli esiti di questo viaggio sono rischiosi e problematici, ma indispensabili;-          il termine di questo viaggio è l’altro (essere umano, il nostro prossimo);-          questo “altro” è il nostro tu, quello enigmatico e indispensabile  per poter vivere, quello che genera i problemi della comunicazione e della relazione, che sono tesi da una parte dalla inevitabilità della comunicazione e dall’altra dalla improbabilità della comunicazione stessa;-          quanto sopra rende problematico il lavoro dell’educatore il quale, pur non avendo certezze è comunque responsabile delle conseguenze di ciò che accade ai suoi allievi: l’educatore è il custode responsabile della persona che ha educato, ne è responsabile per sempre, come in fondo i genitori verso i propri figli;-          la responsabilità è un valore unilaterale per certi versi: anche se un figlio può non accettare, rifiutare il proprio genitore come genitore, questi si sente comunque responsabile. Una volta messi al mondo, utilizzando una metafora, noi non potremo mai divorziare dai nostri figli, ne siamo comunque responsabili!!! Bibliografia – letture consigliate :·         Viaggio verso l’altro – Raniero Regni – Armando Editore Roma 2003;·         Pragmatica della comunicazione umana – Watzlawick Beavin D Jackson – Editrice Astrolabio Roma 1971.   (articolo redatto dal Dr. Andrea Galiano)

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