apr
03
2008
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Le nuove politiche sociali e il welfare society

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Volendo dare una definizione esauriente, la politica sociale è l’insieme delle specifiche norme e modalità operative con cui nei vari Stati – nazione  si produce e si distribuisce il benessere dei cittadini da parte delle sfere sociali differenziate (Stato, mercato, Terzo Settore, famiglie e reti informali) e dei principi in base ai quali la sfera politica ha scelto di regolare le loro relazioni. La Politica sociale costituisce una disciplina scientifica autonoma nella misura in cui è capace di riflessività, cioè di prevedere che la teoria possa essere rimessa in discussione dagli “effetti non voluti”, prodotti dallo sviluppo dei principi attuativi da parte dei responsabili delle politiche sociali stesse. Lo studio della politica sociale tende a produrre una verifica, se gli obiettivi di benessere dichiarati vengano effettivamente conseguiti e a quali costi, e se diano luogo o meno agli “effetti non voluti” di cui sopra. Le politiche sociali si articolano in sette settori : 1. politiche del reddito, 2. politiche sanitarie,3. servizi sociali,4. politiche per l’alloggio, 5. politiche attive del lavoro,6. politiche dell’istruzione,7. politiche ambientali. La storia   Negli anni quaranta del XX secolo si è affermato in Europa il modello di Stato sociale o welfare state : lo Stato assume su di sé il compito di rispondere ai bisogni non più solo dei lavoratori ma di tutti i cittadini, anche non lavoratori, riconoscendo tali bisogni (di reddito, di salute, di istruzione, di alloggio, di lavoro) come diritti sociali di cittadinanza. Dovendo coprire le esigenze anche di chi, non avendo una posizione lavorativa, non può contribuire al finanziamento della spesa, si produce un costante aumento della spesa pubblica destinata alla protezione sociale.  John Maynard Keynes, insieme a Lord Beveridge, è l’ispiratore del modello di welfare state, ove la spesa dello Stato è tanto più efficace quanto più stimola una domanda aggiuntiva. Quindi non può solo essere quella finanziata dalle imposte, perché in tal caso si limiterebbe a sostituire la spesa dei privati. Ne consegue la legittimità del debito pubblico o deficit spending, cioè di una spesa maggiore di quella coperta dalle entrate fiscali, per stimolare la domanda in una situazione in cui essa è inferiore alla capacità produttiva esistente e non c’è piena occupazione. 

I problemi

Il sistema di politiche sociali legato al modello di  welfare state  è entrato in crisi negli anni ottanta del secolo scorso per una serie di ragioni, tra le quali indichiamo: la globalizzazione dell’economia (cioè l’economia senza confini territoriali dove l’espansione della domanda in un paese può causare una crescita occupazionale in un paese diverso) ha messo in crisi gli Stati europei che avevano adottato il modello dello Stato sociale, dove la crescita economica è rallentata ed appesantita a causa dei costi per le politiche sociali, a causa dell’ elevato livello di spesa pubblica, il rallentamento della crescita economica, con il conseguente aumento della disoccupazione e la conseguente riduzione della competitività delle aziende nazionali rispetto a quelle di altri paesi; i cambiamenti demografici, nel senso che l’aumento del tasso di invecchiamento della popolazione ed il prolungamento della durata media della vita ha determinato un aumento delle spese per le pensioni e per la sanità; le nuove povertà e patologie sociali  nel senso che, paradossalmente, la crescita del benessere produce nuove forme di povertà “materiale” in quanto aumenta la percezione dei bisogni insoddisfatti e “relazionale” in quanto si allentano i legami parentali, sono nulli i rapporti di vicinato, si riduce la rete delle amicizie; quanto alle patologie sociali diffuse troviamo ad esempio la tossicodipendenza; la modificazione del sistema occupazionale, nel senso che in tutti i paesi avanzati si riduce l’occupazione sia nel settore primario (agricoltura), sia in quello secondario (industria) mentre cresce il settore dei servizi (TS); le nuove immigrazioni, dovute al mancato incontro tra domanda e offerta per quanto riguarda i lavori di manovalanza che richiedono molta fatica fisica; il fenomeno dell’individualismo, dovuto ad una riduzione del consenso dei programmi dello stato sociale; il livello troppo alto del debito pubblico; un eccessivo tasso di pressione fiscale; lo Stato sociale italiano inefficiente perché non c’è un rapporto accettabile tra costi e risultati, inefficace  perché la percentuale di obiettivi mancati e di norme attuate è elevatissima; iniquo perché i carichi non sono distribuiti in modo giusto. La prospettiva  Dal quadro della situazione di cui sopra è aperto il dibattito di riforma del welfare state  e sul futuro delle politiche sociali si possono citare le 4 proposte alternative:-          socialdemocratica , secondo la cui proposta andrebbe solo ammodernato lo stato sociale in termini di efficienza ed efficacia;-          liberale/liberista, secondo la cui proposta del mondo anglosassone andrebbe inevitabilmente arretrato il livello di protezione sociale, reintroducendo un criterio minimo di garanzie solo ai cittadini non in grado di entrare nel mercato economico;-          lib/lab, la cosiddetta “terza via” cioè il tentativo di combinare le due posizioni precedenti;-          SOCIETARIA o del pluralismo societario, una posizione elaborata nel 1998 dal Prof. Pierpaolo Donati, che parla di welfare societario, un sistema articolato in quattro settori differenziati : la politica, l’economia di mercato, il TS, i mondi della vita quotidiana dove operano le famiglie e le reti informali di sostegno. In sostanza l’idea di favorire un welfare di tipo “societario” è dovuto alla strategia che la politica sociale, cioè la produzione di condizioni di benessere, non è più una prerogativa dello Stato ma diventa una funzione sociale diffusa: in tale senso si parla di passaggio dal welfare state alla welfare society. Nel libro “Il lavoro che emerge” il Prof. Donati parte dall’osservazione che, sia nella teoria che nella pratica, il lavoro resta concepito in modo meccanico e astratto e la sua natura sociale non viene analizzata in quanto tale, ovvero quasi mai come una relazione sociale “piena” che implica quattro dimensioni fondamentali : mezzi e risorse, obiettivi, norme e valori, ed anche le loro relazioni. In sostanza l’autore sviluppa una visione del lavoro come relazione sociale in sè, nella quale è inclusa una comunicazione “altra” rispetto a quella del mercato capitalistico e fuori dalle alienazioni moderne e postmoderne: intendere il lavoro come relazione sociale apre orizzonti inediti per gli anni futuri, identifica nel lavoro una pluralità di eccedenze relazionali. Nell’epoca dopo – moderna  il lavoro può essere assunto come valore della relazione sociale, in quanto è valutato per le qualità relazionali di mediazione e scambi che esso offre e implica. Siamo in  presenza del “lavoro che emerge” e a questo tipo di lavoro il Prof. Donati, per distinguerlo da quello lib/lab, lo etichetta come lavoro societario  perché riguarda sia le forme di interazione-relazione tra produttore – distributore – consumatore, sia perché il lavoro diventa un’attività meno manuale e meno materiale, cioè accentua il suo contenuto relazionale societario. Con ciò il Donati intende osservare il lavoro come un farsi di relazioni sociali diverse dal passato, ovvero un lavoro inteso non solo come attività di prestazione che fa fronte ai bisogni umani producendo beni e servizi, ma anche e soprattutto come azione reciproca fra soggetti che interagiscono come produttori – distributori – consumatori in una economia che è “sociale” in quanto è “reticolare”: la si può chiamare anche “civile”, cioè dotata di capacità civilizzatrici, tenendo comunque presente che non coincide tout court con il cosiddetto TS. In sostanza, con il declino dell’assetto industriale tayloriano - fordista, regolato dal welfare state postbellico, la tesi di Donati è ridefinire il lavoro come attività comunicativa di scambio significante in reti altamente differenziate di produzione – distribuzione - consumo, reti che si sviluppano fuori dal complesso sistema Stato – mercato , ovvero fuori dai sistemi lib/lab.    Un discorso sulla personalizzazione e sulla umanizzazione del lavoro, cioè un agire interiormente motivato e le aspettative di soddisfazione personale del lavoratore, deve partire da due domande fondamentali : 1. Perché si deve lavorare? 2. Perché si deve fare bene il proprio lavoro?Le motivazioni al lavoro possono essere la più varie. Si può essere spinti a lavorare per:a)       necessità materiali; b)       obbligo religioso, morale o sociale;c)       piacere, autoaffermazione;d)       esigenze di integrazione sociale;e)       valore etico del lavoro che trascende dalla sua attività pratica. In definitiva, personalizzazione e umanizzazione del lavoro sono legate alla qualità dei fini e ai valori a cui essi tendono. Da ciò si deduce che la natura relazionale del lavoro implica una crescita di capacità contrattuale da parte della società civile, fuori dal comando dello Stato e dalla intermediazione di corpi collettivi di tipo corporativo: il punto centrale consiste nel fatto che nella società contemporanea emerge l’utilità sociale dei beni relazionali, delle reti, che non è riconducibile alle forme di utilità della modernità. E’ nel mondo societario che va ridefinita l’utilità sociale in senso relazionale, sia come forma emergente di aggregazione associativa, sia come relazionalità produttiva del lavoro. Economie e lavori diventano pertanto attività reticolari dotate di una loro particolare capacità di adattamento, fra integrazione sociale e flessibilità, tenendo conto il significato culturale e le motivazioni interiori del lavoro. In tal senso si potrà combattere la in/dis-occupazione attraverso il cambiamento del principio-guida dell’agire sociale in economia, cioè attraverso il passaggio dal lavoro, come occupazione, al lavoro come relazione sociale. In tale quadro, il concetto di lavoro viene a comprendere non solo il posto di lavoro dipendente, regolare e stabile per la produzione di beni, ma anche e soprattutto le attività relazionali che una persona ricopre nella propria vita, finalizzate a produrre beni utili dal punto di vista sociale: anche il sistema delle ricompense, dei benefici e dei diritti sociali può essere rivisitato in accordo a tale estensione. In definitiva, la civiltà dopo-moderna vede sorgere un altro significato focale del lavoro, il cui elemento chiave sta nel rapporto civile fra le persone, un lavoro che emerge attraverso lo sviluppo di relazioni e, attraverso di esse, di beni e servizi. Si tratta in sostanza di un processo reticolare tra persone, cioè di quelle forme associative di reti interpersonali – mediate dalle nuove tecnologie – che intendono il lavoro come bene relazionale in senso proprio, e si orienta a connettere lavoro e protezione sociale all’interno di un’economia dell’informazione e dei servizi di tipo reticolare. Rispetto al lavoro lib/lab che consiste in prestazioni del mercato più o meno globalizzato, il nuovo lavoro societario, fa perno invece sulle relazioni sociali che incorpora ed esprime, trasformando continuamente i vincoli in risorse, ed è il frutto di una rete di soggetti che agiscono come produttori – distributori – fruitori  secondo logiche di una pluralità di interessi che vengono condivisi nella creazione di beni e servizi a forte contenuto relazionale.    

BIBLIOGRAFIA

  • e nuove politiche sociali – Ivo Colozzi – Carocci Editore 2002/2005 Roma;
  • Il lavoro che emerge – Pierpaolo Donati – Bollati  Boringhieri Editore 2001 Torino.

  (articolo redatto dal Dr.Andrea Galiano)

Written by admin in: Sociologia del lavoro |

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